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sabato 30 gennaio 2016

Catalogo 2016


Sudore, denti, muscoli, accia..cchi, ma ce l’abbiamo fatta: il catalogo 2016 di Allibratori è finalmente confezionato e on line. Home made, certamente un po’ sbafato, dai richiami pulp fin dalla copertina ma indiscutibilmente originale e nuovo. Più sintetico e immediato, abbiamo ridotto la parte di presentazione del Chi siamo e Da dove veniamo, ché all’uscio dei quattordici anni di attività oramai ci riconoscete per strada, e abbiamo dato maggior spazio ai nuovi progetti. Abbiamo pensato ad un indice per aree tematiche: Fiabe e Intercultura, Poesia e giochi letterari, I cinque sensi, Arte e immagini, Percorsi formativi ecc ecc. Ogni area accoglie i progetti ordinati per fasce d’età. Insomma cliccate, sbirciate e scaricate, quindi chiamateci senza indugio, siamo a disposizione a qualsiasi ora del giorno e della not.. del giorno va, che dopo tutta sta fatica un po’ di sonno ce lo meritiamo. Buona lettura


lunedì 4 marzo 2013

Tutti sul podio. O Calma e concentrazione





Strototototon… Il bandone della sede è su. Porta a vetro, tendine tenente Sheridan…luci al neon e conseguenti due secondi di atmosfera da capannone per la rifinitura tacchi… Acqua a scaldare, Mate o te verde? Vado sul classico: Mate.
Tutto tranquillo, tutto in regola. Anche il laboratorio di panini per la ricreazione delle scuole superiori accanto a noi è già aperto stamattina. Sono le 8. Presto. È sabato. Tanti dormono, ma non tutti. Di certo non io.
D’altro canto questo è il mio lavoro. Come quale? Il narratore. Preferite cantastorie? O meglio animatore alla lettura? Mmm no questa dicitura non è mai piaciuta a nessuno. Ne volete una moderna, una di quelle che fa tanto personcina studiata, una con bollino d’artista? Storyteller.

Ma sarà che io son tanto affezionato all’ispanico cuentacuentos che spesso non ci faccio nemmeno più caso e dalla bocca mi esce così, con tutto quell’appiccicottìo di “c” e di “t”.
Dicevo che questo è il mio lavoro. IlLavoroPiùBelloDelMondo. O almeno cerco di fare in modo che lo sia. Sapete non ci credo tanto alla dimensione segregativa e cubica del concetto di lavoro: otto ore, le ferie, il contratto ecce cc. No che non siano cose giuste, sensate e ottenute a suon di lotte. Ma io non mi ci sono mai appaiato. Come dire non sono mai riuscito a entrare nella sagoma. E allora anche di sabato mattina tiro su il bandone perché c’è un incontro da preparare, dei materiali da pensare e assemblare, delle storie da rileggere, tagliare e rimontare. Ci sono dei giochi da costruire, dei momenti da ponderare e delle esigenze da interpretare. Che tempo è oggi? Bello, c’è il sole, è quasi un accenno di primavera. Sai che vuol dire questo? Che non ci saranno molti bambini in biblioteca oggi. Ma non si può mai dire. Magari alle quattro e mezzo, dopo una bella passeggiata digestiva, i genitori decidono di passare dalle Oblate per un caffè sulla terrazza pubblica più bella del mondo e allora può darsi che si affaccino alla sala di lettura. Proprio lì dove ogni sabato, noi cuentacuentos, storyteller, animatori… noi Allibratori… raccontiamo delle storie.

Tutti sul podio. Vogliamo giocare con i bambini alle olimpiadi. Ho preparato un pannello grande con un mondo stilizzato, schizzato a pennellate di tempera. Rilassante spazzonellare colori di mondo. Poi ho costruito i cinque cerchi delle olimpiadi con dei piatti scodella di plastica. Li ho colorati e sistemati nel centro del mondo: Azzurro, nero e rosso. Giallo e verde.

Finito di dipingere mi son preso una pausa. Ho provato la prima versione del gioco lanciando una pallina di carta nei piatti. Ma quella rimbalzava sempre fuori. Un sorso di mate e un pensiero luuuuungo. Esco. Chiudo la porta a vetri inforco la bici e me ne vado lungo l’Arno in cerca di un campo coltivato. Ci sono due uomini che stanno vangando delle prode su un rivierasco poco lontano. Mi avvicino ed entro nel quadro macchialiolo. Saluto. I due si fermano, ricambiano e s’asciugano il sudore dalla fronte con l’avambraccio.

- “Avreste per caso una canna, come quelle lì delle viti da darmi?”
- “Certo giovane. Come la vuoi corta o lunga?”
- “Corta va bene”. Me ne danno due. Lunghe…. Meglio.

Ritorno in sede e sulla soglia al caldo del solicino marzolino mi dedico bucolico alla pulitura delle due stiance. Ne scelgo una e ne ricavo una bacchetta di circa un metro. Poi la coloro con tante pennellate di acrilici atossici. La metto ad asciugare fuori, infilata nel vaso del rododendro della corte del palazzo: però fa colore.

Adesso ho chiara la variazione del gioco. Sarà una pesca divertente. Mi mancano l’esca e i pesci. Beh i pesci poco male stampo un fronteretro di un pesce preso da internet e lo ritaglio. Per l’esca invece mi ricordo di un vecchio telefono in una scatola di materiali nel sottoscala. Lo prendo lo smonto e dal citofono estraggo la calamita. Ecco fatto. Quando incollo le due parti del pesce metto delle graffette sulla testa… all’interno. Un pezzo di spago, pistola a caldo, qualche rifinitura per l’impugnatura e la canna da pesca è bella che pronta.

La Maura è stata fino a tardi la sera prima a preparare tutte le domande per i giochi delle due squadre di bambini che si sfideranno sul moquettone verde delle Biblioteca delle Oblate.
Potrei andare avanti all’infinito e raccontarvi fino nei minimi dettagli che cosa è venuto fuori da quest’incontro. Sapete, quando siamo arrivati c’erano pochi iscritti… sette che poi si son trasformati in tre. Abbiamo finito il laboratorio con una quindicina di esseri che hanno cominciato a sbucare da ogni dove. Ma a parte la vanitas personale, l’orgoglio nel partecipare al divertimento dei marmocchi, ci sono dei momenti precisi in cui l’osservazione di ciò che sta accadendo tappa ogni rumore d’eccesso e ci porta in un’altra dimensione fatta di una leggerezza così sottile e inconsistente da ricevere tutto il nostro interesse… la nostra protezione… Non è facile pescare uno di quei pesci di carta con una canna dall’esca magnetica. Un bambino di sette anni scopre che ci voglion calma e pazienza, appena ne aggancia uno… la prima cosa che fa, dopo aver esultato per la cattura, grida a tutti gli altri “Ci vuole molta calma e concentrazione”. Al suono di queste parole mi sposto di profilo affinché il mio corpo non ne tappi neppure un accento… devono arrivare dritte alle orecchie degli altri bambini. Non importa, anzi, non esiste la squadra avversaria. La voce del bambino è accolta… patrimonio dell’intero gruppo passa veloce di bocca in bocca ed è tutto un mormorare e ripetere “calma”… “concentrazione”. Le mani dosano il peso della canna colorata, la bilanciano, provano l’effetto del pendolo con la corda che ondeggia sopra le teste dei pesci di carta. Piano, piano. Capire la misura, la distanza, il tempo il gioco e… la concentrazione. Iniziano a saltar fuori quei pesci che è una meraviglia. Dopo ogni pesca c’è il gioco con le domande. E qui i gruppi si ricompongono e la sfida si fa intensa. Sono domande difficili… le avevamo pensate per un’utenza un po’ più variegata ma sapete una cosa? I due gruppi non si scoraggiano. E se le riposte non ce le hanno se le inventano o le vanno a cercare dai genitori. Ed è bene. Perché decidono spontaneamente di ricorrere a una fonte di fiducia. Al grande che li accompagna. A una autoritas riconosciuta e che è li a portata di mano, come un libro da sfogliare. “Io lo vado a chiedere alla mia mamma perché lei si intende di cose antiche, mentre mio papà è più tecnologico”, dice Alberto.
Tra pesche e giochi le squadre salgono e scendono la classifica dei punti. C’è competizione e del sano spirito di sfida che in ogni momento viene riassorbito dalla dimensione ludica e dalle risate.

Poi arrivano le storie. Sono storie prese da un libro per grandi sapete? Belle e ricche storie di vita e sport. Di olimpiadi vinte malgrado il fisico debilitato, malgrado la discriminazione, malgrado la guerra, malgrado la politica, malgrado i giochi di potere… E il gruppo di sei settenni? Che fa? Impone l’ascolto. Non so nemmeno come raccontarvelo. Vedete lo spazio verde delle Oblate è davvero grande. In genere l’area degli incontri è una parte di questo spazio delimitata da un divisorio di librerie di polistirolo. Praticamente non ci sono ostacoli che diano una soluzione di continuità allo spazio, quindi il brusio è sempre molto intenso e costante. Viene dai bambini piccolissimi e dai genitori che stanno fuori dall’area di laboratorio. E nonostante questo c’è stato un momento in cui la storia era così partecipata che il silenzio si è imposto su tutta la stanza. Durato poco, alcuni secondi. Ma lo abbiamo percepito forte e chiaro come uno sguardo sparato negli occhi. E in questa implosione, tracimante concentrazione e calma, scovi la sensatezza della narrazione, della storia condivisa, dello stare lì seduto in un time lapse in cui sbocciano fondendosi le sensazioni di ogni singola persona che partecipa del racconto… narratori inclusi.

Poi riprincipia il brusio… scioccato vieni ripartorito nelle bolla di fretta e cene da preparare. Il laboratorio finisce. Si arrotolano le carte. Si distribuiscono saluti e sorrisi. Sfiancati ci si avvia all’uscita e… Beh questo è il lavoro che facciamo. E non saprei davvero come spiegarlo. Non bisogna certo essere dei geni, né tanto meno avere dei titoli particolari, affatto… È sufficiente sapersi agganciare a un pensiero distratto che ti passa di lato, o intuire come un movimento rapido delle pupille possa denunciare un improvviso cambio di umore.

Ma c’è dell’altro. È quello che io chiamo effetto maestro Miyagi… Dare la cera togliere la cera… abbiamo parlato di storia, di geografia,  quando abbiamo giocato con le olimpiadi Abbiamo sperimentato la fisica con la pesca magnetica e il pendolo. Abbiamo arricchito il dizionario con i termini legati al mondo dello sport. E quando ce ne siamo andati c’è rimasto nelle orecchie il brusio di un motto uscito dai bambini. Ci vuole calma e concentrazione.







martedì 24 aprile 2012

Iniziato

Autore: Margherita Micali

Rivolgendosi ad un bambino che ha appena preso in prestito un libro

M: Ma come, sei già alla fine?

Y: No. Son già all’inizio.

D’accordo, c’è la curiosità, la fascinazione delle immagini, dei colori, di qualche rima. C’è lo stimolo suscitato ed eccitato dagli animatori alla lettura. Allora il prestito di un libro può diventare a volte una pratica emozionante, un po’ come comprarsi un cd dopo un concerto.

Un momento affine a una trafila tipica dell’adulto e di cui si può compiacersi: mettetevi in fila davanti al bancone del prestito, consegnate la tessera, dichiarate i vostri dati, prendete in responsabile consegna il tomo in questione. Poi, dopo quel momento, tutti gli impulsi tornano a sparpagliarsi in un ampio ventaglio di possibilità, di effetti molteplici tipici della fase successiva:chi il libro lo leggerà e lo amerà e lo rileggerà, chi lo userà per paralume, chi lo confonderà tra i calzini, chi lo sbatterà in fronte al fratello, non senza presumerne la validità educativa. Ma raramente, nel momento della scelta e della prima esplorazione, si trova la lucidità così energica e disarmante di Y, una consapevolezza che scompiglia gli afflati mistici del clima post-animazione, strattona le liane dell’incanto trasognato verso il baratro – non privo di fascino- della realtà. Emergono così, automatiche, spontanee considerazioni. Essere già alla fine di un libro può significare tante cose: una lettura spedita, più o meno ap

profondita e attenta, spesso connotata da una verve esibizionistica (io l’ho già finito = io sono un lettore saputo ed esperto. E ve lo ripeto fino allo sfinimento anche se non è vero). Ma ammettere di essere “già all’inizio” è qualcosa di più, qualcosa che valica i confini del senso tangibile, che in poche parole dice tutto: dice che la lettura è sforzo, è impresa; dice che a volte è diffidenza e che le pagine devono praticare l’arte della seduzione; dice che lasciarsi andare è fatica e che abbandonarsi è fiducia; una fiducia che un libro deve sapersi, a volte, guadagnare. Dichiarare di essere “già all’inizio” è un atto puro, un’adesione confidenziale che rinuncia allo scetticismo riconoscendo e sconfiggendo la potenza del dubbio.

Questo è il regno delle emozioni e delle sensazioni che precede l’inizio della lettura: la terra brulicante e semi-inesplorata del “prima”, dove il “già” rappresenta l’incipit maturo di un percorso iniziatico. Solo dopo che siamo “già” all’inizio si è pronti ed attrezzati per il viaggio. E ci si può sorprendere, sul cammino, ad essere gustosamente “ancora alla fine”.