lunedì 4 marzo 2013

Tutti sul podio. O Calma e concentrazione





Strototototon… Il bandone della sede è su. Porta a vetro, tendine tenente Sheridan…luci al neon e conseguenti due secondi di atmosfera da capannone per la rifinitura tacchi… Acqua a scaldare, Mate o te verde? Vado sul classico: Mate.
Tutto tranquillo, tutto in regola. Anche il laboratorio di panini per la ricreazione delle scuole superiori accanto a noi è già aperto stamattina. Sono le 8. Presto. È sabato. Tanti dormono, ma non tutti. Di certo non io.
D’altro canto questo è il mio lavoro. Come quale? Il narratore. Preferite cantastorie? O meglio animatore alla lettura? Mmm no questa dicitura non è mai piaciuta a nessuno. Ne volete una moderna, una di quelle che fa tanto personcina studiata, una con bollino d’artista? Storyteller.

Ma sarà che io son tanto affezionato all’ispanico cuentacuentos che spesso non ci faccio nemmeno più caso e dalla bocca mi esce così, con tutto quell’appiccicottìo di “c” e di “t”.
Dicevo che questo è il mio lavoro. IlLavoroPiùBelloDelMondo. O almeno cerco di fare in modo che lo sia. Sapete non ci credo tanto alla dimensione segregativa e cubica del concetto di lavoro: otto ore, le ferie, il contratto ecce cc. No che non siano cose giuste, sensate e ottenute a suon di lotte. Ma io non mi ci sono mai appaiato. Come dire non sono mai riuscito a entrare nella sagoma. E allora anche di sabato mattina tiro su il bandone perché c’è un incontro da preparare, dei materiali da pensare e assemblare, delle storie da rileggere, tagliare e rimontare. Ci sono dei giochi da costruire, dei momenti da ponderare e delle esigenze da interpretare. Che tempo è oggi? Bello, c’è il sole, è quasi un accenno di primavera. Sai che vuol dire questo? Che non ci saranno molti bambini in biblioteca oggi. Ma non si può mai dire. Magari alle quattro e mezzo, dopo una bella passeggiata digestiva, i genitori decidono di passare dalle Oblate per un caffè sulla terrazza pubblica più bella del mondo e allora può darsi che si affaccino alla sala di lettura. Proprio lì dove ogni sabato, noi cuentacuentos, storyteller, animatori… noi Allibratori… raccontiamo delle storie.

Tutti sul podio. Vogliamo giocare con i bambini alle olimpiadi. Ho preparato un pannello grande con un mondo stilizzato, schizzato a pennellate di tempera. Rilassante spazzonellare colori di mondo. Poi ho costruito i cinque cerchi delle olimpiadi con dei piatti scodella di plastica. Li ho colorati e sistemati nel centro del mondo: Azzurro, nero e rosso. Giallo e verde.

Finito di dipingere mi son preso una pausa. Ho provato la prima versione del gioco lanciando una pallina di carta nei piatti. Ma quella rimbalzava sempre fuori. Un sorso di mate e un pensiero luuuuungo. Esco. Chiudo la porta a vetri inforco la bici e me ne vado lungo l’Arno in cerca di un campo coltivato. Ci sono due uomini che stanno vangando delle prode su un rivierasco poco lontano. Mi avvicino ed entro nel quadro macchialiolo. Saluto. I due si fermano, ricambiano e s’asciugano il sudore dalla fronte con l’avambraccio.

- “Avreste per caso una canna, come quelle lì delle viti da darmi?”
- “Certo giovane. Come la vuoi corta o lunga?”
- “Corta va bene”. Me ne danno due. Lunghe…. Meglio.

Ritorno in sede e sulla soglia al caldo del solicino marzolino mi dedico bucolico alla pulitura delle due stiance. Ne scelgo una e ne ricavo una bacchetta di circa un metro. Poi la coloro con tante pennellate di acrilici atossici. La metto ad asciugare fuori, infilata nel vaso del rododendro della corte del palazzo: però fa colore.

Adesso ho chiara la variazione del gioco. Sarà una pesca divertente. Mi mancano l’esca e i pesci. Beh i pesci poco male stampo un fronteretro di un pesce preso da internet e lo ritaglio. Per l’esca invece mi ricordo di un vecchio telefono in una scatola di materiali nel sottoscala. Lo prendo lo smonto e dal citofono estraggo la calamita. Ecco fatto. Quando incollo le due parti del pesce metto delle graffette sulla testa… all’interno. Un pezzo di spago, pistola a caldo, qualche rifinitura per l’impugnatura e la canna da pesca è bella che pronta.

La Maura è stata fino a tardi la sera prima a preparare tutte le domande per i giochi delle due squadre di bambini che si sfideranno sul moquettone verde delle Biblioteca delle Oblate.
Potrei andare avanti all’infinito e raccontarvi fino nei minimi dettagli che cosa è venuto fuori da quest’incontro. Sapete, quando siamo arrivati c’erano pochi iscritti… sette che poi si son trasformati in tre. Abbiamo finito il laboratorio con una quindicina di esseri che hanno cominciato a sbucare da ogni dove. Ma a parte la vanitas personale, l’orgoglio nel partecipare al divertimento dei marmocchi, ci sono dei momenti precisi in cui l’osservazione di ciò che sta accadendo tappa ogni rumore d’eccesso e ci porta in un’altra dimensione fatta di una leggerezza così sottile e inconsistente da ricevere tutto il nostro interesse… la nostra protezione… Non è facile pescare uno di quei pesci di carta con una canna dall’esca magnetica. Un bambino di sette anni scopre che ci voglion calma e pazienza, appena ne aggancia uno… la prima cosa che fa, dopo aver esultato per la cattura, grida a tutti gli altri “Ci vuole molta calma e concentrazione”. Al suono di queste parole mi sposto di profilo affinché il mio corpo non ne tappi neppure un accento… devono arrivare dritte alle orecchie degli altri bambini. Non importa, anzi, non esiste la squadra avversaria. La voce del bambino è accolta… patrimonio dell’intero gruppo passa veloce di bocca in bocca ed è tutto un mormorare e ripetere “calma”… “concentrazione”. Le mani dosano il peso della canna colorata, la bilanciano, provano l’effetto del pendolo con la corda che ondeggia sopra le teste dei pesci di carta. Piano, piano. Capire la misura, la distanza, il tempo il gioco e… la concentrazione. Iniziano a saltar fuori quei pesci che è una meraviglia. Dopo ogni pesca c’è il gioco con le domande. E qui i gruppi si ricompongono e la sfida si fa intensa. Sono domande difficili… le avevamo pensate per un’utenza un po’ più variegata ma sapete una cosa? I due gruppi non si scoraggiano. E se le riposte non ce le hanno se le inventano o le vanno a cercare dai genitori. Ed è bene. Perché decidono spontaneamente di ricorrere a una fonte di fiducia. Al grande che li accompagna. A una autoritas riconosciuta e che è li a portata di mano, come un libro da sfogliare. “Io lo vado a chiedere alla mia mamma perché lei si intende di cose antiche, mentre mio papà è più tecnologico”, dice Alberto.
Tra pesche e giochi le squadre salgono e scendono la classifica dei punti. C’è competizione e del sano spirito di sfida che in ogni momento viene riassorbito dalla dimensione ludica e dalle risate.

Poi arrivano le storie. Sono storie prese da un libro per grandi sapete? Belle e ricche storie di vita e sport. Di olimpiadi vinte malgrado il fisico debilitato, malgrado la discriminazione, malgrado la guerra, malgrado la politica, malgrado i giochi di potere… E il gruppo di sei settenni? Che fa? Impone l’ascolto. Non so nemmeno come raccontarvelo. Vedete lo spazio verde delle Oblate è davvero grande. In genere l’area degli incontri è una parte di questo spazio delimitata da un divisorio di librerie di polistirolo. Praticamente non ci sono ostacoli che diano una soluzione di continuità allo spazio, quindi il brusio è sempre molto intenso e costante. Viene dai bambini piccolissimi e dai genitori che stanno fuori dall’area di laboratorio. E nonostante questo c’è stato un momento in cui la storia era così partecipata che il silenzio si è imposto su tutta la stanza. Durato poco, alcuni secondi. Ma lo abbiamo percepito forte e chiaro come uno sguardo sparato negli occhi. E in questa implosione, tracimante concentrazione e calma, scovi la sensatezza della narrazione, della storia condivisa, dello stare lì seduto in un time lapse in cui sbocciano fondendosi le sensazioni di ogni singola persona che partecipa del racconto… narratori inclusi.

Poi riprincipia il brusio… scioccato vieni ripartorito nelle bolla di fretta e cene da preparare. Il laboratorio finisce. Si arrotolano le carte. Si distribuiscono saluti e sorrisi. Sfiancati ci si avvia all’uscita e… Beh questo è il lavoro che facciamo. E non saprei davvero come spiegarlo. Non bisogna certo essere dei geni, né tanto meno avere dei titoli particolari, affatto… È sufficiente sapersi agganciare a un pensiero distratto che ti passa di lato, o intuire come un movimento rapido delle pupille possa denunciare un improvviso cambio di umore.

Ma c’è dell’altro. È quello che io chiamo effetto maestro Miyagi… Dare la cera togliere la cera… abbiamo parlato di storia, di geografia,  quando abbiamo giocato con le olimpiadi Abbiamo sperimentato la fisica con la pesca magnetica e il pendolo. Abbiamo arricchito il dizionario con i termini legati al mondo dello sport. E quando ce ne siamo andati c’è rimasto nelle orecchie il brusio di un motto uscito dai bambini. Ci vuole calma e concentrazione.







mercoledì 27 febbraio 2013

Con le mani nei capelli!


Di: Beatrice Bartolozzi e Giulia Di Stefano

Chi, da bambino, non ha avuto la tentazione di non pettinarsi più i capelli per sentirsi libero di sognare nidi di uccellini sulla sua testa, o piccoli mostri da portare a passeggio…Quando la noia ci attanaglia vorremmo nuove capigliature da sfoggiare in pubblico, da cambiare per ogni occasione per trasformarci in personaggi di nuove storie!
Il laboratorio “Con le mani nei capelli!” realizzato alla Biblioteca  delle Oblate nel periodo di carnevale giocava proprio su questi presupposti.


Era rivolto ai bambini dai 5 anni in su e alle loro famiglie. Con Giulia abbiamo pensato di preparare dei modelli di parrucche da poter realizzare con facilità, utilizzando materiali semplici e di recupero, come cartoncini, carta velina, carta di giornali e riviste, tanta colla e una spillatrice.

Quindi i bambini avevano la possibilità di creare tantissimi tipi di parrucche: con i boccoli, modello veneziano, lisce stile egiziano, con creste stile folletto dei boschi. Naturalmente c’era spazio per personalizzare e quello che ne è venuto fuori è stato, come sempre, tutta un’altra cosa, nel senso che ognuno ha modificato e interpretato la parrucca a modo suo. È sorprendente vedere come, con lo stesso semplice materiale a disposizione, possano nascere creazioni così diverse e interessanti
 Un altro aspetto positivo è quello della collaborazione dei genitori: intere famiglie che si riuniscono e giocano insieme divertendosi, come la famiglia B., composta da tre bimbe di età diversa e due genitori molto creativi. E’ stata l’ultima ad andar via e quella che più ci ha sorpreso: le bambine hanno realizzato parrucche molto carine, unendo boccoli di carta bianca a strisce di giornale, cartoncino e carte veline per il velo!

Insieme ai genitori hanno sviluppato una maschera tutta loro, con occhialetti e bacchetta magica. A questo punto hanno inventato anche un amico immaginario, un personaggio, detto Lilly, con cui giravano per la biblioteca scherzando e ridendo.







Lo stesso vale per altri bambini, che si sono costruiti accessori come corone, maschere con pinna da squalo per inventare nuovi giochi con gli amici.  Quello che più ci piace è osservare che tutto ciò che creano i bambini ha un senso e diventa parte integrante dei loro giochi.




mercoledì 13 febbraio 2013

Cortázar y yo




“Leía tanto que algún médico llegó a recomendarle leer menos durante cinco o seis meses y salir más a tomar un poco de sol[1]

Oggi dodici febbraio passo svogliato in rassegna gli aggiornamenti dei social network, delle pagine dei giornali on line, dei sogni rattoppati in cassetti zeppi di quaderni scritti per la metá. M’imbatto ripetutamente nella mirada stroboscopica di Julio Cortazár e non l’ascolto, faccio un po’ finta di niente fino a quando, certa come il gorgoglio della caffettiera, m’arriva in faccia la data 12-02. Cortazar moriva d’un malaccio una ventinovina di anni fa. L’84 è già una data che fa parte dei miei ricordi. Avevo undici anni e frequentavo quel ricettacolo di persone dismetriche e amplificate che sono Lescuolemedie. In prima media prendevo tanti cazzotti dai ripetenti… Perché ero quattrocchi. Perché non capivo come funzionavano le cose. Perché m’incantavo sulle sciocchezze. Perché non sapevo giocare nell’ordine a baseball, a calcio, a basket, a palla a mano. Insomma in breve a nessuno sport che considerasse tra le sue regole fondamentali il gioco di squadra e l’uso di una palla. Non so se cronopios o famas, di certo no esperaza ero io. Ma c’erano buone probabilità già fin da quel lontano ’84 che avrei incontrato un giorno l’opera di Cortázar.
C’era scritto su quel muro della Iª E: “ Chi legge è il Gasparri”.
Perché quando tiri il sassino per giocare al gioco de mondo, (per noi campana), la Rayuela arranca e non puoi far altro che saltare, ora con un piede ora con due, per arrivare al Cielo e ridiscendere in Terra.
E quindi è stato uno strano modo di incontrarsi e innamorarsi. Le medie me le sono lasciate alle calcagna con tutto il loro carico di inutilità. Svanite nel nulla come il ciclostile, la riga a T, gli stantii collage del professore di disegno, i patetici saggi di piffero del prof di musica.

Dicevo l’incontro con Cortàzar è stato di quelli da innamoramento. Mi è capitato solo con rare donne e pochi scrittori. Con Ivan Illich mi successe più o meno lo stesso. La descolarizzazione della società mi cadde praticamente in mano da uno scaffale di una bibliotechina dimenticata da Dio, nell’ora inesistente quartiere 2 di Firenze. Anche per Cortazàr vale il luogo scomparso. Giravo per i sentieri della libreria Edison dalle parti di piazza della Repubblica. Ad un tratto l’occhiolino che mi fecero le stampe della cornice della copertina di Il giro del giorno in ottanta mondi nell’edizione ALET, m’arrestarono il passo strascicato. Presi in mano il volume, bello liscio. Le tonalità di grigio melangiato non mi lasciarono indifferente. La quarta di copertina un uppercut. C’è una foto. Ci volle qualche secondo perché l’occhio la mettesse a fuoco. È un fotomontaggio. Ve ne riporto la didascalia: Julio Cortàzar (in piedi a destra) e Julio Da Silva (in basso a sinistra) in un fotomontaggio che li ritrae con Toro Seduto, Buffalo Bill, Jhonny Baker e Crew Eagle[…]

Aprii velocemente il libro e mi congedai dalla realtà. Caddi inebriato nelle asparizioni gentili di immagini e parole. Rapito fermai il fruscio emiciclico delle pagine verso l’inizio del libro (ebbene si, non so voi ma io i libri li apro al contrario)…Lascai all’occhio fare la sua parte nel gioco della lettura azzardata. Sorse il samadhi a partire dal capoverso che mi traghettava verso l’immensità di queste poche righe: L’uomo dei nostri tempi, crede con facilità che la sua informazione filosofica e storica lo salvi dal realismo ingenuo. Durante conferenze universitarie e chiacchere da bar arriva ad ammettere che la realtà non è quella che sembra, ed è sempre pronto a riconoscere che i suoi sensi lo ingannano e la sua intelligenza gli produce una visione tollerabile ma incompleta del mondo. Ogni volta che pensa metafisicamente si sente più “triste e più saggio”. Ma la sua ammissione è momentanea ed eccezionale, mentre il continuum della vita lo colloca in pieno nell’apparenza, la concretizza intorno a lui, la riveste di definizioni, funzioni e valori. Quest’uomo è un ingenuo realista più che un realista ingenuo. Basta osservare il suo comportamento di fronte a tutto ciò che è eccezionale, insolito; o lo riduce a un fenomeno estetico o poetico[2].
Partorito da Cortazár mi diressi alla cassa. Pagai uscii. Era il 2006. I sei mesi in Repubblica Dominicana avevano avuto come effetto collaterale l’accendersi in me di una particolare sensibilità per l’argentinità. Cortázar diventó una specie di chiodo fisso. Di smania letteraria. Dovevo avere la sua opera e leggerla, possibilmente in lingua originale. La mia compagna di allora si presentó, di ritorno da un viaggio per il Sud America, con una copia di Rayuela in una stortignaccola edizione acquistata in una libreria de la Calle Corrientes. Scoprii una bocca, l’inesistenza del caso, la magia sottile che non si narra, le viuzze di una Parigi assorbita per osmosi (dato che ci sono stato solo mezza volta ed in totale stato di ubriachezza). Scoprii il gioco involontario dei salti di pagina, quello volontario del gliglico, quello involontario del vizio, quello volontario dell’amore. E Cortázar diventò il mio scrittore preferito. Boom, così d’un botto. Nel 2008 è il mio turno tra las calles de Buenos Aires. Arrivai  ai tre volumi tascabili bianchi e celesti dell’edizione Punto de Lectura. Il primi due vennero ben presto sfiancati nella brossura. Il terzo comincia a lamentare troppi orecchi. Ed è un continuo riprendere in mano racconti, novelle e giochi. Ha ragione Vargas Llosa che dice: En los libros de Cortázar juega el autor, juega el narrador, juegan los personajes y juega el lector, obligados a ellos por las endiabladas trampas que los acechan a la vuelta a la página menos pensada[3]
Arrivarono quindi anche gli scherzi, Fantomas contro i vampiri delle multinazionali[4]. Forse uno dei primi tentativi di graphic novel. Con dei supereroi… Ma dei supereroi… Susan Sontag, Alberto Moravia, Octavio Paz e naturalmente Cortazár. Eccolo lì intriso nella sua invenzione, nella sua mirada di sbieco, metterci a parte dell’esperienza maturata nel Tribunale Russell[5], nel ’75. S’inventa una setta fascista che vuole eliminare tutti i libri dalla faccia della terra. Ma l’eroe criminale mascherato Fantomas questa volta ha bisogno dell’aiuto degli intellettuali e li fa chiamare dalla sua assistente, una specie di Cleopatra Jones in tuta attillata verde.

E poi da quella lettura sono passati gli anni della migranza. Me ne sono andato a vivere a Buenos Aires per due anni. Facevo il bibliotecario in una piccola biblioteca scolastica. Il mio regno Borgesiano, custodito e protetto dallo sguardo seriamente miope di Juan Luis che spuntava dalle finistrelle di un kamishibai esposto sul mobile alle mie spalle. Un vezzo, un altarino votivo al lare dell’archivistica, allo scrittore dei mille mondi che si nascondono e si svelano a un passo dalla nostra sensibilità, ottusa dalle cose del mondo. Però nei cubi montessoriani delle librerie ad altezza di quattrenne, proprio alla lettera C stampata in un rosso marcato, c’è la costola che dice El discurso del oso. Tratta da Historias de cronopios y de famas. Un bel cartonato, rilegato e illustrato da Emilio Urberuaga. I bambini ne vanno matti… ma io più di loro. E talvolta, posate le carte e gli arnesi del meticoloso catalogatore, chiudo la porta che s’apre ai vociferanti corridoi, mi seggo tranquillo al riverbero della vetrata che dà sul cortile e accarezzo le belle e colorate pagine della storia, leggendola a voce alta.
Buenos Aires querido, se ne incontrano tanti di amori imboscati in pagine giallognole di libri di seconda mano, in edizioni arrangiate e malcerte, in testi buttati alla mercé della curiosità di lettori irriducibili. Ed è così ad esempio che ho incontrato Roberto Arlt, tra le vie del barrio de Flores. Il suo modo di scrivere tanto lunfardo da sembrare una sorta di italiano sbiascicato. Volete un esempio? Che credete voglia dire “Manga de pelandrones”?.
Però poi si dovette riprender la via dell’orto. Tornare a casa un po’ a orecchie basse, un po’ più sensibile a fior di pelle. Ed ecco che arriva come una folata di vento fresco in un giorno di calura un’amica di sempre che mi fa dono di un libro che ha come immagine di copertina uno di quei sogni rattoppati di cui sopra: un furgoncino della volkswagen con le ali. Campeggia un titolo in rosso… Gli autonauti della cosmostrada[6]. Poco sopra, due nomi: Julio Cortázar, Carol Dunlop. Ed ecco che ricomincia il viaggio. Quel viaggio che per fortuna o purtroppo non avrà mai fine perché fa parte della mia angustia di uomo smanioso.
Perse oramai le certezze, abbandonata l’esattezza della funzione, della definizione dei “valori” la poesia si è fatta più resistente e incisiva perché nasce dalla fanghiglia primordiale delle cose. L’estetica non mi colpisce più se fine a se stessa, se priva di un atto d’amore, se ingenua e mera rappresentazione dell’ego. E allora alzo la coppa a Julio Cortazár. Argentino per censo e scrittore per volere divino. Uomo di lettere e di grandi passioni. Mi sa che stasera mi fumerò una sigaretta alla sua memoria.

A Fondo con Julio Cortazar parte1 de 2


A Fondo con Julio Cortazar parte2 de 2







[1] http://es.wikipedia.org/wiki/Julio_Cortázar
[2] J. Cotazár, Il giro del giorno in ottanta mondi, Alet, 2006 pag. 34
[3] Nei libri di Cortázar gioca l’autore, gioca il narratore, giocano i personaggi e gioca il lettore, obbligati a questo dalla trappola diabólica che attende al girare ognuna di queste pagine inimmaginabili (nda.)
[4] J. Cortázar, Fantomas contro i deliri delle multnazionali, Derivi e Approdi, 2006
[5] Tribunale internazionale contro i crimini di guerra,
[6] J. Cortázar e C. Dunlop, Gli autonauti della cosmostrada. Overo un viaggio atemporale Parigi Marsiglia, Einaudi, 2012.

venerdì 28 dicembre 2012

GrimMagia


GrimMagia


Ma una notizia un po' originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall'arco scocca
vola veloce di bocca in bocca
F. Deandré, Bocca di rosa

Lo spazio verde del secondo piano nell’area ragazzi della biblioteca delle Oblate è una superficie di arrembaggi. Non ci sono piani sfalzati e, a parte un paio di scalini che danno al pannello delle proiezioni, ci si può muovere liberamente senza ostacoli. Per me è un sollucchero e mi dedico alla preparazione dell’ambiente di animazione con pochi facili gesti: via i cuscinoni menci, via i panchetti, tranne quelli che servono alla bisogna. Oggi lavoriamo sui Grimm. O meglio, oggi lavoriamo con le favole dei Grimm e per essere più precisi lavoriamo sulle versioni riscritte di alcune fiabe della coppia di filologi tedeschi.
Ovviamente si può pescare nel mare magnum della produzione contemporanea di storie che si ispirano a quelle fiabe classiche però, prima, mi voglio dilettare con un gioco che affonda le sue origini nella pura oralità. È un gioco semplice. Ho sistemato due panchetti in mezzo alla sala davanti al tavolo con la mia valigia e i miei libri. Panchetto arancione per il narratore, panchetto bianco per l’uditore. Invito un bambino ad entrare nello spazio che ho preparato mentre dico agli altri di restare fuori.
Mi siedo sul panchetto arancione e faccio accomodare il primo uditore sul panchetto bianco. Racconto queste poche righe. “A Milano c’è una casa strana, tonda fuori e vuota dentro, come una buccia d’arancia. All’interno c’è un prato verde, degli alberi, una casa a quattro punte, e intorno un porticato con tantissime colonne”[1]
Mi alzo faccio accomodare il mio uditore sullo sgabello del narratore e faccio entrare un altro bambino. Il suggerimento che do sarà uguale per tutte le volte a venire. Al narratore: “Racconta la storia così come te la ricordi. Nessuno ti correggerà o suggerirà per cui vai libero”. All’uditore: “Adesso ascolterai una storia cerca di ricordarla e poi la dovrai raccontare a tua volta”.
Sono passati una quindicina di bambini per quegli sgabelli ed ecco il risultato di questo bocca in bocca: “C’era una volta un arcobaleno che era fatto da più di sette colori, ed erano tutti freddi”.
Iniziamo a leggere.
Passiamo una quarantina di minuti tra storie di mostri, Biancaneve smarrita e Lupi ingiustamente arrestati. Poi tocca a loro creare delle storie e suggerisco di lavorare su un classico: Cappuccetto Rosso. Il libro di Bordiglioni La congiura dei Cappuccetti è sempre un’ottima sponda al laboratorio di riscrittura di fiabe. Ho preparato dei titoli da estrarre da una scatola rossa, e delle copertine che serviranno a rilegare le storie. Formo i gruppi e “Avete cinque minuti, ragazzi” Son cinque minuti che non sono fatti di sessanta secondi l’uno. Questi son minuti percettivi. Scanditi dal murmure sottile di cervelli in fuga fiabesca. Il risultato è esilarante, io rido sempre molto nel riascoltare le storie prodotte. Ad ogni modo abbiamo passato un’ora e mezzo piacevole. Vi lascio alla lettura. Buon anno.



[1] R. Piumini, Le avventure del folletto Bambilla, Mondadori.