mercoledì 27 febbraio 2013

Con le mani nei capelli!


Di: Beatrice Bartolozzi e Giulia Di Stefano

Chi, da bambino, non ha avuto la tentazione di non pettinarsi più i capelli per sentirsi libero di sognare nidi di uccellini sulla sua testa, o piccoli mostri da portare a passeggio…Quando la noia ci attanaglia vorremmo nuove capigliature da sfoggiare in pubblico, da cambiare per ogni occasione per trasformarci in personaggi di nuove storie!
Il laboratorio “Con le mani nei capelli!” realizzato alla Biblioteca  delle Oblate nel periodo di carnevale giocava proprio su questi presupposti.


Era rivolto ai bambini dai 5 anni in su e alle loro famiglie. Con Giulia abbiamo pensato di preparare dei modelli di parrucche da poter realizzare con facilità, utilizzando materiali semplici e di recupero, come cartoncini, carta velina, carta di giornali e riviste, tanta colla e una spillatrice.

Quindi i bambini avevano la possibilità di creare tantissimi tipi di parrucche: con i boccoli, modello veneziano, lisce stile egiziano, con creste stile folletto dei boschi. Naturalmente c’era spazio per personalizzare e quello che ne è venuto fuori è stato, come sempre, tutta un’altra cosa, nel senso che ognuno ha modificato e interpretato la parrucca a modo suo. È sorprendente vedere come, con lo stesso semplice materiale a disposizione, possano nascere creazioni così diverse e interessanti
 Un altro aspetto positivo è quello della collaborazione dei genitori: intere famiglie che si riuniscono e giocano insieme divertendosi, come la famiglia B., composta da tre bimbe di età diversa e due genitori molto creativi. E’ stata l’ultima ad andar via e quella che più ci ha sorpreso: le bambine hanno realizzato parrucche molto carine, unendo boccoli di carta bianca a strisce di giornale, cartoncino e carte veline per il velo!

Insieme ai genitori hanno sviluppato una maschera tutta loro, con occhialetti e bacchetta magica. A questo punto hanno inventato anche un amico immaginario, un personaggio, detto Lilly, con cui giravano per la biblioteca scherzando e ridendo.







Lo stesso vale per altri bambini, che si sono costruiti accessori come corone, maschere con pinna da squalo per inventare nuovi giochi con gli amici.  Quello che più ci piace è osservare che tutto ciò che creano i bambini ha un senso e diventa parte integrante dei loro giochi.




mercoledì 13 febbraio 2013

Cortázar y yo




“Leía tanto que algún médico llegó a recomendarle leer menos durante cinco o seis meses y salir más a tomar un poco de sol[1]”

Oggi dodici febbraio passo svogliato in rassegna gli aggiornamenti dei social network, delle pagine dei giornali on line, dei sogni rattoppati in cassetti zeppi di quaderni scritti per la metá. M’imbatto ripetutamente nella mirada stroboscopica di Julio Cortazár e non l’ascolto, faccio un po’ finta di niente fino a quando, certa come il gorgoglio della caffettiera, m’arriva in faccia la data 12-02. Cortazar moriva d’un malaccio una ventinovina di anni fa. L’84 è già una data che fa parte dei miei ricordi. Avevo undici anni e frequentavo quel ricettacolo di persone dismetriche e amplificate che sono Lescuolemedie. In prima media prendevo tanti cazzotti dai ripetenti… Perché ero quattrocchi. Perché non capivo come funzionavano le cose. Perché m’incantavo sulle sciocchezze. Perché non sapevo giocare nell’ordine a baseball, a calcio, a basket, a palla a mano. Insomma in breve a nessuno sport che considerasse tra le sue regole fondamentali il gioco di squadra e l’uso di una palla. Non so se cronopios o famas, di certo no esperaza ero io. Ma c’erano buone probabilità già fin da quel lontano ’84 che avrei incontrato un giorno l’opera di Cortázar.
C’era scritto su quel muro della Iª E: “ Chi legge è il Gasparri”.
Perché quando tiri il sassino per giocare al gioco de mondo, (per noi campana), la Rayuela arranca e non puoi far altro che saltare, ora con un piede ora con due, per arrivare al Cielo e ridiscendere in Terra.
E quindi è stato uno strano modo di incontrarsi e innamorarsi. Le medie me le sono lasciate alle calcagna con tutto il loro carico di inutilità. Svanite nel nulla come il ciclostile, la riga a T, gli stantii collage del professore di disegno, i patetici saggi di piffero del prof di musica.

Dicevo l’incontro con Cortàzar è stato di quelli da innamoramento. Mi è capitato solo con rare donne e pochi scrittori. Con Ivan Illich mi successe più o meno lo stesso. La descolarizzazione della società mi cadde praticamente in mano da uno scaffale di una bibliotechina dimenticata da Dio, nell’ora inesistente quartiere 2 di Firenze. Anche per Cortazàr vale il luogo scomparso. Giravo per i sentieri della libreria Edison dalle parti di piazza della Repubblica. Ad un tratto l’occhiolino che mi fecero le stampe della cornice della copertina di Il giro del giorno in ottanta mondi nell’edizione ALET, m’arrestarono il passo strascicato. Presi in mano il volume, bello liscio. Le tonalità di grigio melangiato non mi lasciarono indifferente. La quarta di copertina un uppercut. C’è una foto. Ci volle qualche secondo perché l’occhio la mettesse a fuoco. È un fotomontaggio. Ve ne riporto la didascalia: Julio Cortàzar (in piedi a destra) e Julio Da Silva (in basso a sinistra) in un fotomontaggio che li ritrae con Toro Seduto, Buffalo Bill, Jhonny Baker e Crew Eagle[…]

Aprii velocemente il libro e mi congedai dalla realtà. Caddi inebriato nelle asparizioni gentili di immagini e parole. Rapito fermai il fruscio emiciclico delle pagine verso l’inizio del libro (ebbene si, non so voi ma io i libri li apro al contrario)…Lascai all’occhio fare la sua parte nel gioco della lettura azzardata. Sorse il samadhi a partire dal capoverso che mi traghettava verso l’immensità di queste poche righe: L’uomo dei nostri tempi, crede con facilità che la sua informazione filosofica e storica lo salvi dal realismo ingenuo. Durante conferenze universitarie e chiacchere da bar arriva ad ammettere che la realtà non è quella che sembra, ed è sempre pronto a riconoscere che i suoi sensi lo ingannano e la sua intelligenza gli produce una visione tollerabile ma incompleta del mondo. Ogni volta che pensa metafisicamente si sente più “triste e più saggio”. Ma la sua ammissione è momentanea ed eccezionale, mentre il continuum della vita lo colloca in pieno nell’apparenza, la concretizza intorno a lui, la riveste di definizioni, funzioni e valori. Quest’uomo è un ingenuo realista più che un realista ingenuo. Basta osservare il suo comportamento di fronte a tutto ciò che è eccezionale, insolito; o lo riduce a un fenomeno estetico o poetico[2].
Partorito da Cortazár mi diressi alla cassa. Pagai uscii. Era il 2006. I sei mesi in Repubblica Dominicana avevano avuto come effetto collaterale l’accendersi in me di una particolare sensibilità per l’argentinità. Cortázar diventó una specie di chiodo fisso. Di smania letteraria. Dovevo avere la sua opera e leggerla, possibilmente in lingua originale. La mia compagna di allora si presentó, di ritorno da un viaggio per il Sud America, con una copia di Rayuela in una stortignaccola edizione acquistata in una libreria de la Calle Corrientes. Scoprii una bocca, l’inesistenza del caso, la magia sottile che non si narra, le viuzze di una Parigi assorbita per osmosi (dato che ci sono stato solo mezza volta ed in totale stato di ubriachezza). Scoprii il gioco involontario dei salti di pagina, quello volontario del gliglico, quello involontario del vizio, quello volontario dell’amore. E Cortázar diventò il mio scrittore preferito. Boom, così d’un botto. Nel 2008 è il mio turno tra las calles de Buenos Aires. Arrivai  ai tre volumi tascabili bianchi e celesti dell’edizione Punto de Lectura. Il primi due vennero ben presto sfiancati nella brossura. Il terzo comincia a lamentare troppi orecchi. Ed è un continuo riprendere in mano racconti, novelle e giochi. Ha ragione Vargas Llosa che dice: En los libros de Cortázar juega el autor, juega el narrador, juegan los personajes y juega el lector, obligados a ellos por las endiabladas trampas que los acechan a la vuelta a la página menos pensada[3]
Arrivarono quindi anche gli scherzi, Fantomas contro i vampiri delle multinazionali[4]. Forse uno dei primi tentativi di graphic novel. Con dei supereroi… Ma dei supereroi… Susan Sontag, Alberto Moravia, Octavio Paz e naturalmente Cortazár. Eccolo lì intriso nella sua invenzione, nella sua mirada di sbieco, metterci a parte dell’esperienza maturata nel Tribunale Russell[5], nel ’75. S’inventa una setta fascista che vuole eliminare tutti i libri dalla faccia della terra. Ma l’eroe criminale mascherato Fantomas questa volta ha bisogno dell’aiuto degli intellettuali e li fa chiamare dalla sua assistente, una specie di Cleopatra Jones in tuta attillata verde.

E poi da quella lettura sono passati gli anni della migranza. Me ne sono andato a vivere a Buenos Aires per due anni. Facevo il bibliotecario in una piccola biblioteca scolastica. Il mio regno Borgesiano, custodito e protetto dallo sguardo seriamente miope di Juan Luis che spuntava dalle finistrelle di un kamishibai esposto sul mobile alle mie spalle. Un vezzo, un altarino votivo al lare dell’archivistica, allo scrittore dei mille mondi che si nascondono e si svelano a un passo dalla nostra sensibilità, ottusa dalle cose del mondo. Però nei cubi montessoriani delle librerie ad altezza di quattrenne, proprio alla lettera C stampata in un rosso marcato, c’è la costola che dice El discurso del oso. Tratta da Historias de cronopios y de famas. Un bel cartonato, rilegato e illustrato da Emilio Urberuaga. I bambini ne vanno matti… ma io più di loro. E talvolta, posate le carte e gli arnesi del meticoloso catalogatore, chiudo la porta che s’apre ai vociferanti corridoi, mi seggo tranquillo al riverbero della vetrata che dà sul cortile e accarezzo le belle e colorate pagine della storia, leggendola a voce alta.
Buenos Aires querido, se ne incontrano tanti di amori imboscati in pagine giallognole di libri di seconda mano, in edizioni arrangiate e malcerte, in testi buttati alla mercé della curiosità di lettori irriducibili. Ed è così ad esempio che ho incontrato Roberto Arlt, tra le vie del barrio de Flores. Il suo modo di scrivere tanto lunfardo da sembrare una sorta di italiano sbiascicato. Volete un esempio? Che credete voglia dire “Manga de pelandrones”?.
Però poi si dovette riprender la via dell’orto. Tornare a casa un po’ a orecchie basse, un po’ più sensibile a fior di pelle. Ed ecco che arriva come una folata di vento fresco in un giorno di calura un’amica di sempre che mi fa dono di un libro che ha come immagine di copertina uno di quei sogni rattoppati di cui sopra: un furgoncino della volkswagen con le ali. Campeggia un titolo in rosso… Gli autonauti della cosmostrada[6]. Poco sopra, due nomi: Julio Cortázar, Carol Dunlop. Ed ecco che ricomincia il viaggio. Quel viaggio che per fortuna o purtroppo non avrà mai fine perché fa parte della mia angustia di uomo smanioso.
Perse oramai le certezze, abbandonata l’esattezza della funzione, della definizione dei “valori” la poesia si è fatta più resistente e incisiva perché nasce dalla fanghiglia primordiale delle cose. L’estetica non mi colpisce più se fine a se stessa, se priva di un atto d’amore, se ingenua e mera rappresentazione dell’ego. E allora alzo la coppa a Julio Cortazár. Argentino per censo e scrittore per volere divino. Uomo di lettere e di grandi passioni. Mi sa che stasera mi fumerò una sigaretta alla sua memoria.

A Fondo con Julio Cortazar parte1 de 2


A Fondo con Julio Cortazar parte2 de 2







[1] http://es.wikipedia.org/wiki/Julio_Cortázar
[2] J. Cotazár, Il giro del giorno in ottanta mondi, Alet, 2006 pag. 34
[3] Nei libri di Cortázar gioca l’autore, gioca il narratore, giocano i personaggi e gioca il lettore, obbligati a questo dalla trappola diabólica che attende al girare ognuna di queste pagine inimmaginabili (nda.)
[4] J. Cortázar, Fantomas contro i deliri delle multnazionali, Derivi e Approdi, 2006
[5] Tribunale internazionale contro i crimini di guerra,
[6] J. Cortázar e C. Dunlop, Gli autonauti della cosmostrada. Overo un viaggio atemporale Parigi Marsiglia, Einaudi, 2012.

venerdì 28 dicembre 2012

GrimMagia


GrimMagia


Ma una notizia un po' originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall'arco scocca
vola veloce di bocca in bocca
F. Deandré, Bocca di rosa

Lo spazio verde del secondo piano nell’area ragazzi della biblioteca delle Oblate è una superficie di arrembaggi. Non ci sono piani sfalzati e, a parte un paio di scalini che danno al pannello delle proiezioni, ci si può muovere liberamente senza ostacoli. Per me è un sollucchero e mi dedico alla preparazione dell’ambiente di animazione con pochi facili gesti: via i cuscinoni menci, via i panchetti, tranne quelli che servono alla bisogna. Oggi lavoriamo sui Grimm. O meglio, oggi lavoriamo con le favole dei Grimm e per essere più precisi lavoriamo sulle versioni riscritte di alcune fiabe della coppia di filologi tedeschi.
Ovviamente si può pescare nel mare magnum della produzione contemporanea di storie che si ispirano a quelle fiabe classiche però, prima, mi voglio dilettare con un gioco che affonda le sue origini nella pura oralità. È un gioco semplice. Ho sistemato due panchetti in mezzo alla sala davanti al tavolo con la mia valigia e i miei libri. Panchetto arancione per il narratore, panchetto bianco per l’uditore. Invito un bambino ad entrare nello spazio che ho preparato mentre dico agli altri di restare fuori.
Mi siedo sul panchetto arancione e faccio accomodare il primo uditore sul panchetto bianco. Racconto queste poche righe. “A Milano c’è una casa strana, tonda fuori e vuota dentro, come una buccia d’arancia. All’interno c’è un prato verde, degli alberi, una casa a quattro punte, e intorno un porticato con tantissime colonne”[1]
Mi alzo faccio accomodare il mio uditore sullo sgabello del narratore e faccio entrare un altro bambino. Il suggerimento che do sarà uguale per tutte le volte a venire. Al narratore: “Racconta la storia così come te la ricordi. Nessuno ti correggerà o suggerirà per cui vai libero”. All’uditore: “Adesso ascolterai una storia cerca di ricordarla e poi la dovrai raccontare a tua volta”.
Sono passati una quindicina di bambini per quegli sgabelli ed ecco il risultato di questo bocca in bocca: “C’era una volta un arcobaleno che era fatto da più di sette colori, ed erano tutti freddi”.
Iniziamo a leggere.
Passiamo una quarantina di minuti tra storie di mostri, Biancaneve smarrita e Lupi ingiustamente arrestati. Poi tocca a loro creare delle storie e suggerisco di lavorare su un classico: Cappuccetto Rosso. Il libro di Bordiglioni La congiura dei Cappuccetti è sempre un’ottima sponda al laboratorio di riscrittura di fiabe. Ho preparato dei titoli da estrarre da una scatola rossa, e delle copertine che serviranno a rilegare le storie. Formo i gruppi e “Avete cinque minuti, ragazzi” Son cinque minuti che non sono fatti di sessanta secondi l’uno. Questi son minuti percettivi. Scanditi dal murmure sottile di cervelli in fuga fiabesca. Il risultato è esilarante, io rido sempre molto nel riascoltare le storie prodotte. Ad ogni modo abbiamo passato un’ora e mezzo piacevole. Vi lascio alla lettura. Buon anno.



[1] R. Piumini, Le avventure del folletto Bambilla, Mondadori.

lunedì 25 giugno 2012

Latinomérica te amo



Latinomérica te amo


Qui dove siamo giunti, l’occhio
può già abbastanza spaziare.
Posiamo i sacchi. Forzare
la marcia, ed avanzare
ancora, più che saggezza
penso che potrebb’essere un segno,
per noi tutti, di stoltezza.

G. Caproni, Prudenza della guida

C'era una volta... - Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un viaggio". Un viaggio nel quale noi tutti ci siamo imbarcati prima o poi per arrivare all’approdo sudamericano. In una maniera o nell’altra abbiamo deciso di approfondire l’ancoraggio. In diversi siamo rimasti in zona ed è a voi che rivolgo questa nota.

Me ne andavo senza guida e con una mappa da due pesos per le incerte strade della Bolivia. Avevo, come tutti, il mio fardello di pensieri. Il mio rovello. Il tarlo che non cessa mai di scavarti il cervello. Quello se ne sta sempre lì e non demorde. Cito un mio caro amico “il samsara è una casa in fiamme”. È stato lo sguardo di un cane a tirarmi fuori dall’apnea e a riportarmi con i buchi di naso al pelo dell’acqua. Non ve la sto a far troppo lunga. Io personalmente sono arrivato a questa conclusione: c’è un possibile maestro in ogni essere senziente.

Accolgo il suggerimento del cane e mi metto sulla strada per la Higuera. Un luogo sperduto sulle montagne della zona sudorientale della Bolivia. Si è proprio quel posto lì dove ammazzarono il Che.

Giunto che fui mi registrai come dozzinante nella pensioncina de Los amigos, un posto raccomandabile zipillo di poesia e guevarismo. I proprietari, Christian e Nanù, sono una coppia di francesi randagi che hanno trovato qui il loro sehnsucht. Mi informano che non sono l’unico pensionate. Mi dicono qualcosa a proposito di un australiano e un argentino che viaggiano insieme e stanno facendo un documentario. Bah! Sono stanco.

Mi tiro a la cama  svengo u paio d’ore. Già è l’imbrunire e verso le 8 sento bussare piano alla porta di camera: La voce sottile, roca e graffiata di Nanù mi avvisa: Andrea! Ha llegado la gente? Ve lo immaginate? In un paesino di 40 anime? La gente è arrivata! Epifanie.
Agustín Lagos e Richard Sturdy, al secolo Ricardito Robusto. Piacere: Gespo.

Ecco qui comincia l’altro viaggio. Un documentarista argentino, uno scrittore australiano e un cantastorie italiano. Un bell’incipit per una barzelletta no?. È un mese di marcia serrata per una Bolivia che si rivela con volti e tratti incredibili. Il quarto compagno di viaggio è la telecamera che si accende a registrare le immagini che da ogni parte ci investono e ci trascinano via. Agustìn ha una idea ben precisa. La Bolivia è il primo capitolo di un documentario a più ampio respiro che riguarderà tutta l’America Latina. 

Saranno le immagini le vere protagoniste, poco dialogo, niente copione. Sembra di seguire l’avverarsi dell’intuizione simoniana dell’homovidens però con una accezione positiva e affascinante. Mi spiego meglio. Il bagaglio di informazioni che possediamo per cultura o per censo ci permette di tradurre in sensazioni e percezioni le immagini che scorrono nel primo capitolo di Latinoamèrica te amo. 

È già molto quello che sappiamo dell’umana specie che risulterebbe pleonastico aggiungere didascalie e sceneggiature ai quattro corti di Bolivia te amo. 
Paraisos de altura. Uno spaccato di paesaggi immensi improvvisamente interrotti dal roboante esplodere del Carnaval de Oruro, con i suoi demoni (diabladas) e le sue danze tipiche. 
Julio y la coca. La hoja sagrada. Quanto sappiamo della coca? Al solo pronunciarla s’avvia un turbinio di idee che vanno dal trasgressione pecoreccia, all’eccesso, allo yuppismo rivoltante fino al sincretismo religioso, al ritualità ancestrale all’atto devozionale. Eppure in tutto questo andirivieni di pensieri non ce ne uno rivolto a loro, ai lavoratori delle piantagioni di coca. Questo capitolo ci porta esattamente lì sulle tracce di Julio. Anche lui lavoratore che si alza la mattina, fa colazione, ascolta la radio, afferra gli arnesi del mestiere e s’avvia a lavoro. Incontra i compagni (colleghi?), scambia due chiacchere all’ombra di un tetto di paglia e poi s’avvia per le prode coltivate a erythroxylum coca.
Little Richard en la paz è un capitolo divertente in cui un australiano di 2 metri s’incontra con una città fuori misura. Una città immensa, caotica, frenetica, un cono con la punta rivolta verso il basso che d’impatto di ricorda le sezioni dell’inferno di Dante del manuale delle superiori. E per assurdo questa città si chiama La Paz. La pace? E dove si trova qui la pace? Ricardito lo scopre.
La higuera del che. I buitres volano bassi quando don Poli si china a togliere le erbacce dalle prode di patate e mais della sua finca. Si siede su uno sgabello di legno, tocca due note di un charango, è una canzone che ha composto per il Che. Non sapeva molto di rivoluzione quando era giovane. Solo aveva sentito correre la voce che per quei boschi si nascondevano dei guerriglieri comandati da un uomo che metteva paura. E quando il Che se lo incontrò faccia a faccia il giovane don Poli paura ebbe, ma lo stesso diede cibo e rifornimenti a quei capelloni scamiciati. Don Poli, il popolo per il quale le rivoluzioni in teoria combattono. Le sue parole sono stalagmiti che arrivano dritte al centro del cuore. E spenta la telecamera ci racconta che suo figlio vive nella gigante Europa e lo invita a raggiungerlo. O che la rossa cuba gli offre casa e pensione nell’isola e che lui rifiuta l’una e l’altra offerta perché la sua vita e lì, nel suo campo, con i suoi animali, con la sua gente in quell’Higuera di 40 anime. Proprio lì dove, quarantacinque anni fa in una scuolina nel centro del paese, un militare vigliacco, ebbe soddisfazione nell’ammazzare degli uomini legati mani e piedi. Uno dei quali era Ernesto Guevara de la Serna. Don Poli ne fu testimone suo malgrado. Costretto poi a spostare quei corpi perché un elicottero se li portasse via. E che….
Mi fermo qui ma vi lancio l’invito. 

E vi lascio un paio di agganci
http://latinoamericateamo.blogspot.com
http://www.youtube.com/watch?v=eszxfGPqaOw

martedì 24 aprile 2012

Iniziato

Autore: Margherita Micali

Rivolgendosi ad un bambino che ha appena preso in prestito un libro

M: Ma come, sei già alla fine?

Y: No. Son già all’inizio.

D’accordo, c’è la curiosità, la fascinazione delle immagini, dei colori, di qualche rima. C’è lo stimolo suscitato ed eccitato dagli animatori alla lettura. Allora il prestito di un libro può diventare a volte una pratica emozionante, un po’ come comprarsi un cd dopo un concerto.

Un momento affine a una trafila tipica dell’adulto e di cui si può compiacersi: mettetevi in fila davanti al bancone del prestito, consegnate la tessera, dichiarate i vostri dati, prendete in responsabile consegna il tomo in questione. Poi, dopo quel momento, tutti gli impulsi tornano a sparpagliarsi in un ampio ventaglio di possibilità, di effetti molteplici tipici della fase successiva:chi il libro lo leggerà e lo amerà e lo rileggerà, chi lo userà per paralume, chi lo confonderà tra i calzini, chi lo sbatterà in fronte al fratello, non senza presumerne la validità educativa. Ma raramente, nel momento della scelta e della prima esplorazione, si trova la lucidità così energica e disarmante di Y, una consapevolezza che scompiglia gli afflati mistici del clima post-animazione, strattona le liane dell’incanto trasognato verso il baratro – non privo di fascino- della realtà. Emergono così, automatiche, spontanee considerazioni. Essere già alla fine di un libro può significare tante cose: una lettura spedita, più o meno ap

profondita e attenta, spesso connotata da una verve esibizionistica (io l’ho già finito = io sono un lettore saputo ed esperto. E ve lo ripeto fino allo sfinimento anche se non è vero). Ma ammettere di essere “già all’inizio” è qualcosa di più, qualcosa che valica i confini del senso tangibile, che in poche parole dice tutto: dice che la lettura è sforzo, è impresa; dice che a volte è diffidenza e che le pagine devono praticare l’arte della seduzione; dice che lasciarsi andare è fatica e che abbandonarsi è fiducia; una fiducia che un libro deve sapersi, a volte, guadagnare. Dichiarare di essere “già all’inizio” è un atto puro, un’adesione confidenziale che rinuncia allo scetticismo riconoscendo e sconfiggendo la potenza del dubbio.

Questo è il regno delle emozioni e delle sensazioni che precede l’inizio della lettura: la terra brulicante e semi-inesplorata del “prima”, dove il “già” rappresenta l’incipit maturo di un percorso iniziatico. Solo dopo che siamo “già” all’inizio si è pronti ed attrezzati per il viaggio. E ci si può sorprendere, sul cammino, ad essere gustosamente “ancora alla fine”.