martedì 24 aprile 2012

Iniziato

Autore: Margherita Micali

Rivolgendosi ad un bambino che ha appena preso in prestito un libro

M: Ma come, sei già alla fine?

Y: No. Son già all’inizio.

D’accordo, c’è la curiosità, la fascinazione delle immagini, dei colori, di qualche rima. C’è lo stimolo suscitato ed eccitato dagli animatori alla lettura. Allora il prestito di un libro può diventare a volte una pratica emozionante, un po’ come comprarsi un cd dopo un concerto.

Un momento affine a una trafila tipica dell’adulto e di cui si può compiacersi: mettetevi in fila davanti al bancone del prestito, consegnate la tessera, dichiarate i vostri dati, prendete in responsabile consegna il tomo in questione. Poi, dopo quel momento, tutti gli impulsi tornano a sparpagliarsi in un ampio ventaglio di possibilità, di effetti molteplici tipici della fase successiva:chi il libro lo leggerà e lo amerà e lo rileggerà, chi lo userà per paralume, chi lo confonderà tra i calzini, chi lo sbatterà in fronte al fratello, non senza presumerne la validità educativa. Ma raramente, nel momento della scelta e della prima esplorazione, si trova la lucidità così energica e disarmante di Y, una consapevolezza che scompiglia gli afflati mistici del clima post-animazione, strattona le liane dell’incanto trasognato verso il baratro – non privo di fascino- della realtà. Emergono così, automatiche, spontanee considerazioni. Essere già alla fine di un libro può significare tante cose: una lettura spedita, più o meno ap

profondita e attenta, spesso connotata da una verve esibizionistica (io l’ho già finito = io sono un lettore saputo ed esperto. E ve lo ripeto fino allo sfinimento anche se non è vero). Ma ammettere di essere “già all’inizio” è qualcosa di più, qualcosa che valica i confini del senso tangibile, che in poche parole dice tutto: dice che la lettura è sforzo, è impresa; dice che a volte è diffidenza e che le pagine devono praticare l’arte della seduzione; dice che lasciarsi andare è fatica e che abbandonarsi è fiducia; una fiducia che un libro deve sapersi, a volte, guadagnare. Dichiarare di essere “già all’inizio” è un atto puro, un’adesione confidenziale che rinuncia allo scetticismo riconoscendo e sconfiggendo la potenza del dubbio.

Questo è il regno delle emozioni e delle sensazioni che precede l’inizio della lettura: la terra brulicante e semi-inesplorata del “prima”, dove il “già” rappresenta l’incipit maturo di un percorso iniziatico. Solo dopo che siamo “già” all’inizio si è pronti ed attrezzati per il viaggio. E ci si può sorprendere, sul cammino, ad essere gustosamente “ancora alla fine”.

venerdì 20 aprile 2012

Storie di aghi di pino. O: piccoli laboratori da fare in casa

Autore: Andrea Gasparri

Successe che me ne stavo ben rilassato in un pomeriggio pasquale in quel sonnacchioso stato post prandiale, oziando e leggiucchiando il giornale quando, puntuale come la fame, arriva la vocina perentoria dei miei tre nipoti "zio, zio, che facciamo?" Uu uch che colpo basso. Bon. La risposta sarebbe salita spontanea alla bocca: "Andate un pó a ruzzare da soli col pallone". E invece, con la stanchezza di Anchise, mi son alzato e ho cominciato a guardarmi intorno.

Siamo in un giardinetto invaso dai pini. Intorno, solo aghi di pino, qualche altra pianta della macchia mediterranea, sassi, stecchi, fiorellini spontanei, cortecce.

Vado in cucina, prendo dei piatti di plastica e imbastisco una caccia al tesoro per i due più grandi, mentre alla piccola di 2 anni propongo foglio e pennarelli.

Cominciamo. “Chi mi porta per primo sei aghi di pino secchi!”. Corsa, ricerca, domande, speculazione, confronto e aghi nel piatto. “Chi mi porta prima un sasso tondo”. Stesso processo. Domande: “Questo è tondo?”. “Questo è ovale?”. I due hanno

rispettivamente 6 e 4 anni. Si contaminano a vicenda. Sicuramente quello di 6 ha maggior proprietà di linguaggio, fa la prima e ha nozioni di geometria. La piccola di due anni disegna e osserva.

“Chi mi porta prima un fiorellino giallo!”. Quello di 4 è più scattante e rapido. Arriva il fiore e allora alziamo

la difficoltà: “Chi mi porta sei foglie secche di pitosforo!”. Eh eh. C’è da chiedersi quale sia la pianta di pi… pifosoforo? “Zio è questo il pisosforo?” Son

tutti tentavi di nominare, rinominare, anche spregiare, per arrivare, a passi sciolti, a intercettare la realtà.

Ed è così che anche le sei foglie secche di pitosforo finiscono nel piatto. La piccola di due anni tappa un pennarello e osserva.

Adesso i piatti sono pieni. Ci sediamo al tavolo. Un foglio di carta bianco è lo scenario dove si svolgerà la seconda parte del gioco. “Allora signori, vi chiedo di creare un personaggio con le cose che avete trovato e messo nei vostri piatti.

Non si useranno né colle, né forbici, né tanto meno colori”.

“Zio, zio ma cosa vuol dire che dobbiamo fare un personaggio?”

“Già ragazzi, cosa vuol dire fare un personaggio? Secondo voi come si può fare?”.


“Forse che si possono mettere gli aghi per fare i capelli?”

“Mmmm sì perché no? Dai, proviamo!

Allora su quei fogli scialbati si spalmano attenzione e concentrazione e le mani piccole, abili e delicate si mettono al lavoro. I sassi vengono presi, soppesati, messi sul piano; poi spostati, accomodati, girati, osservati…

Gli aghi di pino sono rette incommensurabili interrotte da nulla, escono dai bordi dell’A4 e si fanno gambe, braccia, capelli, contorno.

Le scaglie delle pigne sono occhi, denti, orecchie, o non necessariamente qualcosa. L’aria è intrisa di pensieri, riflessioni, dubbi annodati e dubbi sciolti, fischi di merli, timidi grilli dei primi caldi.

Mentre la piccola di due anni armeggia e osserva.


“Zio io ho finito”. Ma è così tanto per dire, già che “adesso faccio il naso”. Dall’annuncio alla realtà ci son ancora una manciata di minuti. Tempi essenziali.

Ecco, adesso si possono battezzare i nostri personaggi. Onomaturgia in azione: Sambisumo, Moremo…


La piccola osserva e interviene “Il mio si chiama Sambisuro”. Meraviglia. L’inatteso mi stordisce sempre un po’. Piacevolmente. Il disegno che la piccola stava facendo ha

lasciato il posto a una composizione di pennarelli ordinati con una cura e attenzione.È il suo personaggio, con il quale rivendica il diritto di partecipare all’attività dei fratelli più grandi. Occhio alle disparità.

“Facciamo due foto?”

Ecco fatto. Però voglio proporre un passo ulteriore per il gioco inventato lì su due piedi, prima di tornare alla mia gislonga.

“Facciamo che adesso i nostri personaggi ritornano a far parte del mondo da cui sono venuti? Proviamo a rimettere le cose dove le abbiamo incontrate!”.

Seconda magia. Gli aghi ritornano sotto il pino. I sassi nel vialetto. Il fiore giallo nel vaso. I pennarelli nell’astuccio, etc etc.

Davvero un’ora e venti puó durare tanto poco?

Poi però la gislonga non me l’hanno concessa, ed anzi è partita una sfida ai rigori con il pallone di cuoio.


mercoledì 28 marzo 2012

Ana Maria Bovo


Ana Maria Bovo

Quando nel 2008 sono venuto per la prima volta, faccia allegra da italiano in gita, a pestare le pietre delle strade di buenos aires mi si fece assistere a uno spettacolo scritto e diretto da Anna Maria Bovo di cui pur sforzandomi non ricordo il titolo. Ad ogni modo lo spettacolo mi colpì molto perché mi fece rendere conto di quanto il mio spagnolo fosse lacunoso e carente, tanto da non farmi capire pressochè nulla dell'opera. La considerai un'esperienza iniziatica e decisi di continuare a seguire, una volta tornato in Italia, le notizie riguardo a quest'autrice di cui si dicevano grandi cose. Narratrice per censo. Scrittrice per necessità, si dichiara amante dell'oralità e dell'estemporaneo. Curiosa osservatrice del mondo anni fa ha deciso di aprire una scuola per divulgare, diciamo così, le intrasmissibili tecniche della narrazione. Ecco mi sembra che per un elzeviro possa essere sufficiente. Ora sciolgo la briglia e vi racconto la mia Ana Maria Bovo: maestra, sorriso, parola, silenzio. Uno dei primi crostoni da fessurata quando si emigra è l'adattamento. Ognuno di noi, secondo la propria anímica inclinazione, sceglierà l'ambiente tematico più affine. Io, narratore per elezione, sono andato a scovare la Bovo che da tempo riecheggiava nelle mie orecchie (anche se con accenti oscuri). Www eccetera ecco la pagina del Curso de Pensamiento Narrativo. Inizia a metà aprile. Manca meno di una settimana. Il caso non esiste. Pago la quota e mi presento alla prima lezione introduttiva in cui Ana introdurrà il gruppo di docenti e darà il via alle danze. Uno stanzone afoso dell'ultimo piano di una scuola in Guatemala y Thames. Pieno Palermo viejo. Siamo tanti. Più di 50. Penso fra me e me "sto assistendo all'esprimersi di uno dei caratteri più controversi dell'argentinità: il gusto, anzi no, la necessità di raccontarsi". E questo pensiero mi metteva in uno spudorato faccia a faccia con la mia fiorentinità sempre a caccia della pennellata che definisca il tratto, l'accento e In questo assai poretña, nel saperla sempre un pó più lunga degli altri. Ebbene accade che il rimuginare frenetico di pensieri, il mulinello ellittico di atrocità mentali (ancora non lo sapevo) è l'iperuranio il brodo primordiale su cui lavora Ana Il suo stile, la sua scuola arrivano a far luce in quelle pieghe della memoria dove, pare impossibile, è nascosta la bellezza di ogni individuo. Ecco quindi che nell'arco dei primi 4 mesi del corso riaffiorano personaggi, luoghi sensazioni, miraggi, accenti, sapori, colori e suoni stratificati nella vita di ognuno e tirati lì in un angolino come scartoffie a cui non si è dato molta importanza. È un rugginoso e cigolante baule che si riapre facendo apparire l'inatteso, il meraviglioso. E Ana e i suoi assistenti, come in una focina alchemica di apprendisti stregoni, aiutano a tirar fuori a scegliere quello che puó servire e quello che è meglio lasciare per preparare la pozione magica del racconto. M. Vi ho convinti? No? Aspettate adesso vi racconto cosa mi è succecceso in questi mesi. Certo anche io sono stato travolto dal mare magnum delle sensazioni, dei ricordi. Mi son sentito così tano nel raccontare, perchè a tratti mi mancava la parola, il lessico, la frase idiomatica che solo l'infanzia vissuta in un luogo ti consegna. Peró l'esperienza più grande per me è stato l'ascolto. Le storie di un'Europa in fuga dalle atrocità della guerra, della povertà, della violenza, del saccheggio. Ascoltate dai testimoni in seconda battuta. Figli di quegli italiani, spagnoli, tedeschi, francesi, ma anche russi, slavi tutti insomma. Spinti dalla vita e dalla voglia di vivere, migliaia di miglia altrove. Abbandonando. Eccole lì quelle facce, quei volti, quelle espressioni spesso immaginati nelle lettere, nei racconti, nei romanzi del novecento. Eccolo lì quella brulicare di genti che, valigia di cartone alla mano, saliva il pontile di transatlantici dai nomi patriottici. Eccolo li il neorealismo. Ana ti ci accompagna dentro e che tu lo voglia o no ne fai parte e lo senti.
Narratrice per censo, dicevo, speculatrice dell'intenso. C'è anche del teatro nella sua tecnica ma non troppo. C'è della musica, ma quanto basta a scatenare il ruggito del ricordo unico vero metro, il solo scomposto primo passo che con educata dolcezza Ana ti porta a trasformare in armonica danza di pura oralità.

Alcuni referimenti:

http://www.anamariabovo.com.ar/

Gespo

domenica 22 marzo 2009

Allibratori su Facebook





Corre l'omino degli allibratori. In una mano un libro e nell'altra un pargolo. Corre e s'adegua anch'egli alle onde modaiole.
Ed eccoci allora su facebook. Si Allibratori su facebook. Cercheremo di aggiornare in tempo reale, eventi, news, foto e video
Baci

Geppo

domenica 31 agosto 2008

Educare dagli Appennini alle Ande



[...]Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
G. Caproni

Quando si è in cammino realmente l’inaspettato, l’astrattismo dell’occasione, il morbido apparire delle circostanze hanno un valore inesprimibile, che rasenta la poesia ma con il distacco del superamento. La poesia resta indietro perchè è già un costrutto teorico, mentre la sensazione che si prova ha il valore puro dell’illuminazione.
Era necessario venire fino in Argentina per conoscere un’esperienza educativa che si è sviluppata dietro l’angolo di casa, a Reggio Emilia, a centosessanta chilometri di distanza.
È il 30 di agosto. Inverno nell’emisfero sud, ma senza averne l’aria, perchè si va a spasso in maniche di camicia, con il cielo terso e azzurrissimo, trai i colori e miliardi di suoni di Buenos Aires. Sveglia alla buon ora. Un mate, un par de galletas e via alla metropolitana di Callao con Cordoba. Due fermate e alla terza si scende in Aguero dove, a poche cuadras di distanza, in Gallo 1341 entre Paraguay y Manzilla, si trova il collegio Aletheia.
É un istituto privato per i bambini da due (infancia) a 12 anni (escuela primaria) che accoglie ed applica la metodologia pedagogica di Reggio Emilia.
Oggi si tiene un convegno proposto e organizzato dalla Red Solare, con la presenza di Alfredo Hoyuelos, filosofo e pedagogista spagnolo, discepolo di Loris Malaguzzi che da anni lavora nella divulgazione della metodologia Reggiana. È un incontro rivolto alle insegnanti e, anche qui sempre più rari, agli insegnanti della scuola dell’infanzia, ed affronterà il tema della politica nella metodologia pedagogica di Loris Malaguzzi.
Hoyuelos è una persona estremamente accattivante e coinvolgente, parla con semplicità e precisione non cita per riempire i vuoti della comunicazione ma soprattutto mostra un materiale di prima qualità. L’esperienza che condivide con i 140 docenti è un progetto che si è sviluppato durante un anno di lavoro nella scuola dove lavora a Pamplona. É un laboratorio di pittura che ha coinvolto bambini, insegnanti e genitori, in ottemperanza alla perfezione del triangolo educativo, per poi traboccare tra amici dei bambini, conoscenti dei genitori, giornalisti, pediatri dei bambini della scuola e istituzioni varie della città.
L’idea del progetto è abbastanza semplice: lavorare con la pittura ad olio. Sarebbe troppo lungo ed inopportuno raccontare qui i vari passi lungo i quali è andato crescendo il progetto, passi che non hanno mai perso di vista che la vera meta del cammino è il cammino stesso. Vi dirò solo che bambini dai 18 mesi fino ai tre anni hanno lavorato in totale libertà ed autonomia, affiancati dal sapere di adulti che hanno sempre prediletto la condivisione dell’atto all’insegnamento del concetto, e che dalla tela di cotone passando per la costruzione del supporto del quadro e del trattamento della tela, dalla creazione di bozzetti alla realizzazione dell’opera finale, hanno prodotto delle opere di una bellezza abbacinante perchè traboccanti d’amore.
Bene entusiasmo a parte. Parlavamo di politica. E allora mi concedo uno spazio di giustapposizione di concetti senza la pretesa di spiegarli. Ogni azione è un momento politico. “L’autore, l’artista, quando è appassionato e disinteressato è una contestazione vivente. Contesta qualcosa al conformismo, a ciò che è ufficiale a ciò che è statale”, diceva Pasolini. I riferimenti da cui parte Hoyuelos per introdurci l’esperienza con i bambini sono il concetto di disumanizzazione dell’individuo proposto da Marcuse, le riflessioni sull’uomo tecnico (o tecnologico) e l’uomo immaginario di Edgar Morin, la visione matrista di Maturana, visione che si basa sul principio dell’accettazione dell’altro e non del rifiuto aprioristico della diversità e dell’estraneo. Malaguzzi traduce queste esperienze nell’atto educativo in cui le parole chiave sono polietica, ovvero la politica inseparabile dall’etica,  politica della felicità che annulla qualsiasi atto di sopraffazione egoistica da parte dell’adulto che nel momento educativo deve condividere l’esperienza con il bambino, non imporla. Itineranza, ovvero la scoperta deduttiva, con il rispetto dei tempi e degli spazi dei bambini. Astrattismo, ridurre al minimo fino ad eliminare l’affanno dell’adulto nel riportare tutto necessariamente ad una forma strutturata o figurativa (uno scarabocchio, una macchia sono la rappresentazione di un movimento e non per forza la casina, la castagna, il coniglietto). Lo spazio in cui questi principi vengono applicati è la scuola, un ambiente completamente differente da quello al quale siamo stati abituati. È un luogo in cui le aule hanno le porte aperte per far sì che i bambini possano decidere liberamente che spazio ritengono giusto sfruttare in ogni momento del lavoro (nessun luogo ha uno spazio privilegiato per educare. La scuola è uno spazio aperto). I tempi di realizzazione degli elaborati rispettano il ritmo proprio di ogni bambini e non c’è l’obbligo di fare. La condivisione tra pari è totale, nessuno mai lavora solo per proprio conto. Il numero di bambini per gruppo è massimo di 26, e gli educatori per ogni gruppo sono due, più un atelierista che organizza gli spazi di lavoro. I genitori sono coinvolti direttamente attraverso riunioni che in forma totalmente autonoma si trasformano in incontri extrascolastici, in richieste di approfondimento, in attenzione da parte dei mezzi di comunicazione.
L’aspetto politico di questa metodologia educativa risiede fortunatamente anche nella maieutica che coinvolge in maniera contagiosa le differenti intelligenze che ruotano intorno all’esperienza. Bambini genitori ed adulti collaborano realmente, pacificamente e in maniera disinteressata al percorso educativo che esce dalle aule e diventa stile di vita.
Riferimenti.
Spagnolo


Italiano


Libri in spagnolo:
A.Hoyuelos, La ética en el pensamiento y la obra pedagógica de Loris Malaguzzi Octaedro, Barcelona, 2006
A.Hoyuelos La estética en el pensamiento y obra de Loris Malaguzzi, Ediciones Octaedro, Barcelona, 2006

Lbri in Italiano

L. Gandini, G. Forman C. Edwards I cento linguaggi dei bambini, editrice Junior, bergamo, 1995

lunedì 16 giugno 2008

Ottobre Piovono Libri


L'evento Ottobre piovono libri, dedicato ai luoghi della lettura su tutto il territorio nazionale, celebra il suo terzo anno di vita. La campagna è promossa dal Centro per il Libro e la Lettura della Direzione Generale per i Beni Librari, gli Istituti Culturali ed il Diritto d'Autore del Ministero per i Beni e le Attività Culturali in stretta sinergia con la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, l'Unione delle province d'Italia e l'Associazione Nazionale Comuni Italiani.

Allibratori offre nel suo Catalogo, nelle sezioni Adolescenti, Adulti, Anziani e Progetti Interdisciplinari,  una serie di attività performative di promozione della lettura particolarmente indicate per l'evento Ottobre Piovono Libri.
E' inoltre possibile concordare titoli e temi specifici da progettare e realizzare in occasione degli eventi di ottobre.

Per informazioni e contatti:

allibratori@yahoo.it


 

giovedì 6 settembre 2007

Todavia

Inca trail per Machupicchu
L’avventura è da compiersi in due giorni, ebbene, alle sei e picco del mattino siamo sul bus per Ollantaytambo dove prendiamo il treno per Aguas Calientes. Viaggiamo per circa due ore dentro il Canyon del Rio Urubamba, in un lento trenino fischiettante. Una volta alloggiati nella turistica cittadina, intraprendiamo una camminata verso la cascata con una piacevole coppia valenciana, Rosa e Tony, poi bagno alle blande terme. La mattina dopo, nuovamente alla sei, comincia la subida al Machupicchu…vedere albeggiare da lassù è un’incantevole meraviglia!! Ancora freschi di fiatone ci addentriamo tra le rovine e i lama brucanti, le orde turistiche sono comunque incapaci di sminuire il fascino del luogo. Haynapicchu, il picco che sta di fronte alle rovine, dal quale si può gustare il miglior panorama… come perderselo! Duecentonovantesimo e duecentonovantaquattresima ci aggiudichiamo l’accesso riservato quotidianamente a quattrocento persone. In vetta sdraiati sui pietroni in mezzo alle farfalle come tra le rovine avvolti dalle rondini. Scendiamo decidendo di allungare il percorso per visitare una tale Gran Caverna, i gradoni sembrano non aver più fine, giriamo ansimanti attorno al Haynapicchu riflettendo sulla prestanza fisica degli Incas…

Copacana_Cruzando la frontiera
Partendo da Cusco e affrontando un’infernale notte all’addiaccio su un pulman scassato, arriviamo incredibilmente vivi a Puno. Dal barretto del terminal assistiamo a un’alba mozzafiato sul lago più alto del mondo e prendiamo la decisione più giusta: direzione Bolivia, destinazione Copacabana. Passiamo la frontiera, passaporto alla mano, conversando con una coppia fiorentina e gustando empanadas. Copacabana, arroccata e misteriosa, conversa placida col Titicaca ma la nostra prima notte nel suo ventre è fatto di freddo, candele e carte…il giorno seguente una tempesta di luce e calore sull’Isola del Sol! Dopo la traversata in traghetto, questo l’assetto: due italiani, tre brasiliani, un’argentina e un sessantottino francese…miscela esplosiva!!! La guida compartita ci conduce per i viottoli serpeggianti, mostrandoci il leggendario rifugio nella rocca del Sole e della Luna, raccontandoci del puma sentado e dei sacrifici umani praticati sull’Isola dagli Incas. Alla fine della traversata la situazione è più che amicale, decidiamo di disfare i bagagli per passare la nottata brindando…que buena onda!
Il giorno successivo Andrea si avvia a La Paz mentre io mi gusto un'altra fantastica serata coi nuovi amici...attorno a me si parlano soltanto castigliano e portoghese...neanche l'ombra di un italiano per kilometri e kilometri di distanza...sorrido soddisfatta e mi immergo nell'attimo olvidando todo!


¿Perché Coroico?
Passando per una veloce pasta italiana a La paz, proseguiamo alla ricerca di temperature più alte verso Coroico, un surrogato della tanto agognata selva...ecco cosa mi viene concesso! Solo che Coroico è avvolta da una nube di bianco freddo sornione. Il "primo centro turustico" della Bolivia, circondato da piantagioni di coca e caffè, sorvolato da gallinazos, cocoritos e tucani, si presenta ai nostri occhi desolato e svogliato. Diamo una notturna volta al perro...nada de nada, solo noi e la nuova compañera Laura. Finalmente un posto dove bere qualcosa peccato che dentro sembra vi si giri un film dell'horror... Il giorno seguente siamo di festa nel vicino pueblo di Arapata: folkloristiche lente orchestre e agghindati ballerini di saya, una danza di origine afro-boliviana, fumi d'alcol a volontà e cacate di pappagallo sulle spalle!


Chiara

sabato 1 settembre 2007

Riflessioni random


Viaggio Ayacucho-Cusco
La strada per Lima è interrotta a causa delle distruzioni provocate dal terremoro, sul giornale scoviamo una foto niente male del disastro stradale: pezzettoni di asfalto accavallati e accartocciati! Chiara, la nostra referente MLAL, diretta a Lima il giorno del temblor, è sana e salva ma ha passato dieci ore bloccata tra due frane prima che il bus si decidesse a fare dietro front per tornare ad Ayacucho. Insomma, siamo costretti a percorrere la strada diretta a Cusco che passa per la cordigliera, ventiquattro ore d'inferno su strada sterrata, il peggior tragitto della mia vita! Oltre allo sballonzolio, un continuo subir y bajar d'altitudine mi provoca la sensazione di aver lo stomaco rigirato e annodato come un calzino...al fin llegamos a Cusco la città che ha la forma di un puma.

Le rovine Inca
Sconsiderando completamente tutte quelle che stanno attorno a Cusco, decidiamo di visitare le rovine di Pisaq e Ollantaytambo. Dopo il primo giorno passato a zonzo per le stradine che formano il puma, senza troppi lacci nei confronti di musei e imperdibili luoghi cittadini, il seguente partiamo alla volta di di Pisaq: un'oretta tra bus e taxi. All'entrata delle rovine incontriamo una notevole guida...il mio sorriso parla chiaro ad Andrea "Sí, per venticique soles accettiamo di buon grado l'offerta!". Ruben o Wayra - vento in quechua - si trasforma ben presto in un fauno accompagnando la nostra camminata tra las ruinas col dolce suono della quena, il tradizionale flauto andino: le prime note salgono davanti alla fonte sagrada, ritmando il nostro bagno purificatorio indispensabile per entare nella città Inca. La giornata scorre serena e assolata, il tempo sembra fermarsi sotto i nostri attenti passi che che scendono a valle; le andenas incaiche - terrazzamenti costruiti per coltivare - formano un seno di donna, chiaro simbolo di fertilitá. Appena arriviamo nel pueblo, salutiamo Ruben che scompare veloce...non sono ammessi ripensamenti quando si ha a che fare col vento, non resta che odorare le foglie smosse di eucalipto.


Il giorno seguente è la volta di Ollantaytambo. Le rovine hanno la forma di un lama e si sviluppano in modo ascensionale, piú si sale e piú ci s'inviluppa nelle correnti di polvere. Anche oggi una guida ci racconta la topografia incaica fino a condurci alla fontana della princesa, una vera raritá: passando un dito l'acqua varia la sua discesa, o scroscia fragorosa o si adagia lenta alla parete...non riusciamo a capire se dipenda da una legge fisica dovuta alla disposizione a zig-zag dei mattoni, dalle proprietá dell'acqua o se sia semplicemente...magia.




Movida en Cusco
Le serate in Cusco cominciano con una cena al Yanapay, http://www.aldeayanapay.org/, un ristorantino che sembra l'anticamera di una fiaba: pupazzi, giocattoli, disegni di bambini alle pareti, tappeti e cuscini su cui adagiarsi per consumare il pasto. La cucina, in bella vista, immersa in luci colorate e vapori sembra un laboratorio di gnomi. I menú sono stampati su libriccini di favole...Cenerentola e il Soldatino di piombo si combinano con rocoto relleno e sopa de asparagus. Ma allo Yanapay tutto non si risolve in puro gioco estetico. Conosciamo il proprietario, Yuri, un ragazzo di ventinove anni che ci racconta come le entrate del ristorante vadano a finanziare un progetto di volontarioato rivolto ai bambini piú disagiati della zona. I volontari, provenienti da tutto il mondo, si impegnano a svolgere - per quanto tempo desiderano - varie attivitá all'interno di una sorta di ludoteca. Tutti vanno e vengono meno che lui, Yuri è il punto di riferimento per molti bambini e Yuri ha le idee chiare "il sistema si cambia da dentro", il suo segreto è sfruttare le leggi dell'imprenditoria - non a caso ha studiato economia - per raccogliere il denaro da investire nel sociale. Funziona a pennello, i dipendenti del ristorante vengono lautamente retribuiti e il resto delle entrate prende la via della ludoteca. Il progetto, in vita da diversi anni, sta crescendo; Yuri ha appena aperto una foresteria per i suoi volontari e si sta organizzando per creare dei centri artistico-culturali.
Dicevamo che le serate in Cusco cominciano allo Yanapay e si concludono...al Kilometro Cero o a Los Sietes Angelitos. Una seratina al K-0 ascoltando un composito gruppo di rastamanni provenienti da ogni dove e assemblati per l'occasione...si beve pisco, pisco-sour e cervesa conversando con Mar, una ragazza di Barcellona, con Daniel e col suo scapestrato seguito di artesanos di San Blas. Un'altra serata al 7-A inorridendo davanti alle danze cialtrone di un gruppo di gringos scatenati, dopodiché intentando qualche passo di salsa...ed è giá ora di Inca-Trail.

Que viajen con migo, mis queridos.

Chiara

sabato 25 agosto 2007

Ultime da Huanta

Abbiamo pensato all’organizzazione del lavoro e alla preparazione del materiale tra venerdì 3 e sabato 4 agosto. Nella mattinata di venerdì riunione a Huanta con Ruth, la nostra referente dell’Associazione Aprohviph, per accordarsi sulle effettive giornate e sugli orari in cui realizzare il corso, sull’affitto del data-show e sulla lista dei partecipanti. Nel pomeriggio abbiamo fatto un giro nel Museo della Memoria di Huanta ovvero il luogo cittadino che narra della guerra civile, esso racconta come si vivesse prima e durante l’avvento di Sendero e della repressione militare ma, soprattutto, rappresenta per tutti coloro che hanno perso parenti e persone care una sorta di spazio sacro dove recarsi per trovare un momento di intimo raccoglimento con loro. Nello Yuyanawasi, nome quechua del museo, ognuno può appendere le fotografie delle vittime restituendo così memoria e dignità ad alcuni tra le migliaia di desaparecidos.
Torniamo al lavoro, sabato 4 abbiamo fatto riunione inter nos, organizzando nei dettagli i vari momenti del corso, stampando le dispense e preparando le cartelline per i corsisti.
Il corso si è sviluppato in due settimane: la prima teorica tra lunedì 6 e venerdì 10 mentre la seconda, prevalentemente pratica, tra lunedì 13 e venerdì 17.

Sulla carta la teoria non fa una piega: lineare, strutturata, chiara. Alzato lo sguardo dalle pulite finestrelle del power point mi incontro con 17 paia di profondi occhi quechua ai quali devo raccontare l’importanza della lettura. Oh vai Gespo, esprimiti.
Il primo giorno l’affluenza è un pó scarsina per ovvi motivi organizzativi (gente che scende dal campo, dalla chakra, dalla finca).
Il secondo giorno già siamo in venti, mentre il terzo siamo pure in troppi: ventisette, contro i venticinque da presupuesto. Poco male. Scattiamo la foto di gruppo – già postata - adesso comincia il corso vero e proprio.
Chi è l’animatore alla lettura? Ricerco tra pieghe mia esperienza contadina e agreste immagini, figure e idee che possano agganciarmi alla vita cotediana di ognuno di loro. Ci sono anche dei professori e allora il tono non può essere eccessivamente campestre, quindi a tratti devo accarezzare la curiosità e la necessità di approfondimento di chi da anni lavora con i bambini e i ragazzi.
Si parla di leggere i segni del cielo che annunaciano l’arrivo della pioggia o della sequia, si parla di leggere nelle foglie di coca i percorsi del destino, si parla di J. M. Arguedas, di Garcia Lorca per arrivare di corsa alle storie dei padri, dei nonni, dei pueblos in cui i partecipanti al corso vivono.
Quarto, quinto giorno. Tra loro si riconoscono già due o tre animatori alla lettura, esseri strani che portano addosso gli inequivocabili caratteri dell’ascoltatore, del narratore, dell’inventore di storie.
La lettura arriva come una secchiata di acqua gelida. Una delle tare più grosse del sistema educativo peruviano è che ai bambini non viene insegnato a comprendere i testi che leggono, niente elaborazione, solo mandare a mente o copiare. Leggere è per molti dei nostri corsisti un atto plastico, senza evoluzione di genere o forma. Suoni emessi nell’aria che presto evaporano senza lasciar traccia.
Certo non per tutti è così Ci sono sempre quei due o tre di cui sopra ai quali affido tacitamente il compito di spingere il gruppo verso la liberazione del senso della lettura.
Allora cominciamo dai versi degli animali, dai rumori della natura, dagli stati d’animo del personaggio parlante. Qualcuno, stimolato, s’arrischia ad entrare nel circuito a spirale della lettura. Altri non cedono di un centimetro, ma va bene così: non siamo qui per evangelizzare nessuno.
Taller: laboratorio. Siamo alla fine della settimana. E’ venerdì 10 agosto e chiedo al gruppo chi tra loro sicuramente non potrà venire il giorno successivo alla pratica che dura dalla mattina alla sera. L’alzata di mano è collettiva. Mi arrendo. Hanno ragione, il sabato è giorno di svacco e anche noi cediamo alle lusinghe di una gitarella fuori porta. Ci affidiamo al principio della flessibilità (quella vera) e riorganizziamo il calendario per la settimana successiva.
La prima settimana passa e il gruppo che il primo giorno s’arrischiava timido a rispondere all’appello adesso ha sciolto i legami convenzionali per aprirsi a nuove schermaglie tra sconosciuti. Godo del fatto che le spiegazioni di concetti e teorie adesso nascono, o come si dice in castellano salen, dal gruppo stesso.
Arriva presto la sera di san Lorenzo, stasera esaudiremo desideri al cader delle stelle.

La seconda settimana è cominciata con l’ultima lezione teorica, ovvero la descrizione e la funzione del laboratorio all’interno dell’animazione alla lettura. Martedì ha assistito al corso anche la nostra referente della ONG italiana MLAL, Chiara Bebber, appositamente giunta da Lima per monitorare il lavoro: è capitata durante il tailler di costruzione del libro. Questa la costipata situazione nell’ufficio di Aprohviph: due grossi tavoli con su carta, cartoncini, forbici, colori, colle di ogni sorta...insomma tutto il materiale acquistato a Lima per il progetto e attorno ad esso i corsisti, inizialmente spaesati! Il pomeriggio ha avuto inizio con la spiegazione del semplice libro OH e subito i corsisti si sono sentiti a proprio agio: maneggiare la carta, sporcarsi con colle e colori al suono di un leggero sottofondo musicale - concerto di Aranjuez – è risultato essere rilassante e quasi catartico. Il taller è andato avanti attraverso la costruzione dell’OH concatenato con copertina a palcoscenico – inutile cercar sui manuali questo nome, frutto di un colloquio tra colleghi – e il momento si è aperto a ventaglio e animato di storie...i corsisti improvvisavano disegni e racconti senza la minima intenzione di staccar la faccia dai tavoli magici, tanto che per passare alla costruzione dei pop-up si è reso necessario un atto coercitivo “Falta el tiempo!! Vamos a empezar con otros libros”... Ebbene! Anche gli animaletti dalle bocche spalancate hanno provocato lo stesso meravigliato effetto e, cosa non rara, soprattutto tra i professori e le educatrici.
Mercoledì 15 si sono formati i quattro gruppi che, nelle seguenti due mattinate di corso, hanno svolto le animazioni alla lettura presso la scuole contatte per portare a termine il progetto: è stata una giornata di pura progettazione in cui noi animatori ci scambiavano tra i gruppi aiutandoli nel lavoro.

Andrea e Chiara

giovedì 16 agosto 2007

Terremoto


Cari Soci
Interrompiamo momentaneamente le comunicazioni sul progetto per aggiornarvi circa i fatti occorsi la notte passata nella zona tra Ica, Pisco e Chincha. Una scossa di terremoto di magnetudo 7,9 ha provocato fino ad ora 450 morti e oltre 500 feriti. La zona piu' colpita risulta essere quindi il sud est del Peru' nella provincia di Chincha. A Pisco il 70% degli edifici sono distrutti e l'alcalde della citta' denuncia le condizioni critiche per la mancanza di acqua, luce e la difficolta' dei soccorsi. Due ragazze conosciute ad Ayacucho nei giorni scorsi erano partite per Pisco martedi' notte, non riusciamo ad avere loro notizie anche perche' le linee di comunicazione sono interrotte.
Al momento siamo stati informati dalle compagnie di pulman che la strada per Lima e' impraticabile e quindi i mezzi partiti nlla notte stanno ritornando ad Ayacucho. In uno di questi pulman viaggia il nostro contatto peruviano Chiara Bebber, che in questi giorni era venuta a trovarci ad Ayacucho anche per partecipare di persona ad un momento del corso. Domani terminano le attivita' del progetto, non sappiamo ancora di preciso se riusciremo a tornare a Lima, tuttavia questa e' l'unica difficolta' che abbiamo.
Al momento della scossa stavamo riposando in camera dopo l'ennesima giornata di viaggi e corso. Al terzo piano dll'Hostal Costa Azul i nostri letti hanno iniziato a traballare paurosamente e le luci si sono spente. Siamo corsi in strada dove una folla di gente si era gia' riversata in preda al panico. La scossa e' durata, con intesita' incostante, circa tre minuti. Fortunatamente non ci sono stati crolli strutturali nella nostra zona. Stamani, quando siamo andati nella piccola scuolina di un asentamiento humano nelle vicinanze di Huanta, la maestra ci ha fatto fare il giro delle mura segnate da crepe e fratture evidenti.
Per il momento vi salutiamo.
Vi terremo aggiornati.
A&C